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Imagiari sono davvero un popolo estroverso. All’avvio del cartellone centrale delle Settimane Musicali di Stresa si è recato anche il Presidente del Consiglio Mario Monti, così Iván Fischer con la sua Budapest Festival Orchestra ha annunciato di aprire il concerto «in onore dell’ospite illustre con la czárdás di Monti».

Che è il famoso pezzo all’ungherese del napoletano Vittorio Monti. Ma la sorridente ironia è stata doppia nell’esecuzione, perché il solista di questo pezzo funambolico, nello stile dei violinisti tzigani, era il bassotuba. Ebbene sì, l’agilissima esibizione del tubista (si chiama così) non era che l’inizio di una serata eccezionale, incentrata sulla Mitteleuropa e sull’Ungheria d’inizio Novecento. Bartók fu il cantore dell’ethos magiaro riscoperto attraverso la musica, di cui studiò e trascrisse canti e danze popolari.

Dagli strumenti degli ospiti a Stresa sgorgavano come lingua naturale i Canti contadini ungheresi , con le melodie segnate da intervalli propri di quella terra e un piglio davvero estroverso. Anche il primo Concerto per violino , al di là di un’orchestrazione che ancora risente dei tedeschi, ha qualcosa di etnico, volutamente non raffinato anche nel prevedere la scrittura spesso solo sulla corda del sol. Barnabás Kelemen al violino, non indicato da nessuna parte, sostituiva un collega e ne ha dato una lettura estrosa, alla maniera popolare e per questo non perfetta.

Fischer, poi, è un cultore di Mahler, non dimenticando che a Budapest l’autore boemo fu attivo come direttore del teatro d’opera. È anche lui un direttore di alto livello, che ha fatto della Budapest Festival Orchestra un complesso fenomenale, con musicisti di gran bravura. Nella «Quinta Sinfonia» mahleriana non sai cosa ammirare di più, la compattezza dell’insieme, che deriva anche dal far suonare i contrabbassi dietro tutti i fiati, il violino di spalla che tira l’orchestra come una Maserati, il primo violoncello che guida una fila commovente per timbro e coesione nella sortita del secondo movimento, il dialogo trasparente fra le sezioni, la forza e la coerenza del tutto in una sinfonia che, al solito, è un cosmo intero. Fischer non indugia in cascami decadenti, magari li concentra un po’ troppo nell’«Adagietto», ma ci restituisce l’immagine sonora di un Mahler robusto e quasi smargiasso anche nel contrappunto più serrato.

GIANGIORGIO SATRAGNI

Stresa, Settimane Musicali
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