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Fischer Iván

Il Paese fu colpevole con gli ebrei, ora temo per la minoranza tzigana (Corriere della Sera, Giuseppina Manin)

L’intervista Il direttore d’orchestra e compositore spiega il significato della sua «The red Heifer»

 

MILANO — La mucca rossa troneggia in scena. Costruita in cartapesta, grandezza naturale, è lei l’emblema di una storia di spregevole follia scatenatasi in un paesino dell’Ungheria 130 anni fa. «Una storia vera quanto sconvolgente, i cui echi si fanno sentire ancora oggi», conferma Ivan Fischer, 63 anni, direttore musicale della Budapest Festival Orchestra e compositore di talento. The Red Heifer (La giovenca rossa), la sua nuova opera meditata per quasi 30 anni e andata in scena nei giorni scorsi nella capitale ungherese, allude a un’antica cerimonia di purificazione della Torah detta appunto «La giovenca rossa». E così fu chiamato anche il processo che nel 1883 vide arrivare sul banco degli imputati a Tiszaeszlár 15 ebrei accusati di aver ucciso una giovane cristiana di nome Eszter per usare il suo sangue per un rito esoterico. «Uno dei tanti “blood libel”, quelle calunnie del sangue imbastite nel corso del tempo contro il popolo di Israele, ritenuto responsabile di cerimoniali efferati — spiega il maestro, di origine ebraica —. Quella caccia alle streghe, con tanto di torture e intimidazioni, scatenò allora polemiche a non finire. Dalla parte degli ebrei si schierarono le migliori menti del Paese, tra cui il nostro patriota Lajos Kossuth».

Che difatti compare anche in scena come un fantasma a gridare il suo sdegno contro intolleranza e pregiudizi dilaganti allora e anche oggi…

«Quell’episodio é stato un detonatore politico e sociale, un po’ come successe in Francia con l’Affare Dreyfus. L’ondata di antisemitismo spaccó il nostro Paese e ancora se ne vedono le tracce nella recente rimonta di una destra estrema, gli Jobbik oggi entrati in parlamento. Che hanno eletto a loro martire quella povera ragazza, Eszter, la cui tomba é diventata luogo di pellegrinaggio di fanatici».

Una vicenda del passato che mette in guardia contro le storture del presente.

«Come nel 19-esimo secolo, anche oggi l’Ungheria č luogo di scontro tra quelli che vogliono aprirsi all’Europa e quelli che si arroccano in un isolamento anacronistico inventandosi nemici inesistenti e assurdi capri espiatori. Con sprezzo della storia e delle grandi responsabilitŕ che ha avuto il Paese nell’Olocausto. Quando i tedeschi ci invasero nel ’44, molti sono stati infatti gli ungheresi a collaborare per la deportazione di mezzo milione di ebrei. Elie Wiesel disse una volta di profondamente triste perché quella tragedia poteva essere evitata, dato che la guerra era ormai alla fine ed era chiaro che la Germania l’avrebbe persa ».

Oltre a essere una sfida alle xenofobie, la sua opera e anche un’esortazione a una presa di coscienza collettiva.

«Di recente il nostro primo ministro ha ufficialmente riconosciuto le responsabilitá dell’Ungheria nella Shoah. É stato un gesto di grande importanza. Spero che la gente sempre piů si renda conto che qualcosa di terribile é successo. E puó succedere ancora. Con gli ebrei ma anche con altre minoranze. Come quella tzigana, molto povera e che incontra molte difficoltá a trovare lavoro. Vorrei che il governo li aiutasse, prendendo nette distanze dalle discriminazioni della destra. Da parte mia, ho reso loro omaggio citando nella mia partitura alcune musiche della tradizione tzigana».

Da ebreo e da uomo di cultura, come si pone rispetto all’attuale politica di Israele?

«Io sono un musicista. La mia opinione vale quella di chiunque altro abbia a cuore una societá giusta. Quel che mi sento di dire é che ogni fondamentalismo é pericoloso e ogni essere umano é ugualmente importante. Israele é un Paese come un altro. Dove tutti devono potere vivere in pace, in sicurezza, senza paura. Sogno un mondo dove ognuno rispetti l’altro, anche se ha un’altra religione e un altro colore della pelle».

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